Tra i corsi di calligrafia, questo è stato il più brutto di sempre, ma anche uno dei più importanti. L’incontro che siamo riusciti a rimettere assieme a Falconara marittima sul far del solstizio d’estate è stato un segno di speranza, della volontà di riprendere in mano le penne guardandoci negli occhi, dal vivo.

Avevamo iniziato questa storia a febbraio, prevedendo – con l’Associazione Calligrafica Ferrogallico – un ciclo di incontri per studiare il corsivo, l’Italico e l’American cursive. Poi è successo quello che è successo, il coronavirus, la pandemia, la quarantena, il lockdown. Ed è saltato tutto.

Oggi, in questa parvenza di normalità ritrovata (almeno in spiaggia; altrove ancora vigono severe misure di contenimento), abbiamo cercato di riprendere il discorso dove lo avevamo lasciato. Seguendo le indicazioni della Regione Marche (distanziamento, mascherine, strumenti e materiali non condivisi ecc.) e basilari regole di buon senso, siamo tornati nella nostra sede anconetana a terminare il corso di Cancelleresca con pennini e inchiostro.

Corsi di calligrafia: come riuscirci in tempi di pandemia

Per quanto abbiano i loro vantaggi, non ne posso più dei corsi di calligrafia online.
Ci fosse stata la possibilità, l’avrei tenuto anche in spiaggia questo corso, ma sarebbe stato davvero complicato. Saremmo stati liberi di comportarci come preferivamo ma come risolvere banchi e pennini e inchiostro sulla sabbia? Allora siamo tornati ospiti dell’Associazione Galleria delle Idee. Ed è stato un piacere come sempre.

La nostra aula è molto grande, e dopo la morìa (figurata; meglio specificare di questi tempi) di partecipanti siamo rimasti solo in quattro me compreso. Tra un banco e un altro abbiamo lasciato due metri almeno, porte e finestre aperte e mascherine in faccia per tutto il tempo.

Purtroppo, non mi sono potuto avvicinare a nessuno e quasi non mi sono allontanato dalla lavagna, anche questa distante dai banchi. Al massimo qualche dimostrazione su un banco isolato con le ragazze a guardarmi da lontano e io a commentare ad alta voce le lettere che strutturavo. Un’esperienza tristissima, da un certo punto di vista.

Ma se pensiamo al lockdown che ha fermato il mondo in questi mesi, e a come tutte le manifestazioni, gli eventi, i corsi e gli incontri siano stati annullati, ripartire anche solo così, come abbiamo fatto a Falconara, è stato un traguardo. Non siamo stati i primi né saremo gli ultimi, ma nel nostro piccolo, con coraggio, abbiamo dato un segnale.

Falconara marittima e la Galleria delle Idee

Davanti le nostre vetrate, chi passava per andare al mare ci applaudiva. Sorridevo, ma non capivo bene perché. Ho chiesto ai ragazzi dell’Associazione. Mi hanno risposto che mi avrebbero abbracciato avessero potuto, perché siamo i primi a rimettere piede in quel posto da mesi e lo aspettavano da tempo qualcuno con questo coraggio – e che ce voleva – che questi locali sono una speranza per il quartiere. Unico luogo di aggregazione dove mettere assieme idee, persone, lavori, progetti. E corsi di calligrafia, da un paio d’anni, con noi.

In effetti, in quel quartiere, è chiuso tutto. In una città che paga da sempre il suo essere cresciuta all’ombra del gigante impianto petrolchimico. Serrande abbassate, vetrine vuote, polvere e abbandono, mancanza di punti di riferimento. E, su tutto, la nube della raffineria API che da decenni preoccupa la città costiera, snodo ferroviario e polo industriale. Che potrebbe essere tanto altro e tanto diverso da quello che è.

Falconara, street art e writing

Vivevo e lavoravo in Ancona, nel 2008, quando Mattia Chiappa morì folgorato dai cavi della rete elettrica sopra un treno, nel deposito di Villanova, a Falconara. Mattia aveva 23 anni. Ci avevo dipinto assieme alla Foundation Jam, una delle prime edizioni, quell’estate, anche allora a Falconara. Usavo ancora gli spray e facevo Writing. Falconara era già considerata la città dalla maggiore street credibility e dalle maggiori superfici disponibili e verniciate della zona.

Lessi la notizia sui giornali, quella mattina del 2008, ma me lo raccontò GEOS qualche anno fa, come andarono le cose. Era lui a scattare la foto, mentre Mattia – MAT la sua tag, ma anche JASSAI -, dopo il pezzo, saliva sul tetto del treno per immortalare l’opera. Alzando le braccia urtò senza accorgersene i cavi della rete elettrica ferroviaria e morì sul posto. Al funerale, gli amici raccolsero la sacca con le bombole rimasta a Villanova e taggarono la bara in un ultimo saluto.

Jassart. Mattia immortale

Aveva un talento che lo avrebbe portato lontano, una vita difficile e il Writing lo aveva tirato fuori da brutte situazioni. Poi l’ha ucciso, ma i suoi amici da allora hanno iniziato a ricordarlo come avrebbe voluto essere ricordato lui, dai muri. Nacque l’Associazione JASSART. Tutta Italia viene a dipingere a Falconara, un paio di volte l’ho fatto anche io, sui suoi sottopassaggi ferroviari, per Mattia. E il Writing ha reso Mattia immortale.

Non so perché, negli ultimi anni sono stato a Falconara decine e decine di volte, ma da dieci anni non passavo più in quei sottopassaggi. Uscito da questo incontro di calligrafia e tolta la maschera dal viso, sono tornato in quei luoghi.

Ho pensato che fosse il momento giusto, quello in cui facevo qualcosa di concreto per restituire la speranza di una rinascita, per un pensiero per un artista che nella scrittura ha trovato sì la morte, ma anche l’eternità, se dodici anni dopo il suo nome è ancora sulle pareti, sulle bocche e sulle dita di tanti di noi.

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