L’acqua di San Giovanni è una tradizione, una di quelle che dalle mie parti nemmeno la tecnologia o la contemporaneità fatta di smart e fast e tech sono riuscite a cancellare.
Il 23 giugno è una notte magica e l’acqua di San Giovanni, sua rugiada profumata, sfrutta forza e potenza di piante e fiori per darci tutto il benessere e la salute che il solstizio d’estate porta con sé.

San Giovanni a Fabriano e altrove

Sarà che San Giovanni è il patrono di Fabriano, quindi dove vivo l’usanza dell’acqua di San Giovanni è particolarmente sentita. Non è un caso se il fiume che attraversa Fabriano è il Giano, e la parte cattolica del rito di San Giovanni non è nata dal nulla ma si è sviluppata sopra riti pagani. Il solstizio d’estate è una porta e il dio Giano è guardiano dei passaggi, divinità degli inizi. Janus e Joannes hanno in comune più del nome.
fabriano

Da qualche tempo, poi, c’è chi con le piante e i fiori raccolti, a Fabriano, realizza carta fatta a mano aggiungendo cellulosa. Una carta fantastica, naturale, biologica.

Senza l’acqua di San Giovanni l’estate è come se non iniziasse. In qualche località del sud Italia, prima di San Giovanni, non ci si può fare neanche il bagno al mare.
Fin da bambino, comunque, i miei genitori e i miei nonni ci tenevano a questa acqua che toglie ogni malanno, pur vivendo in zone delle Marche diverse dal fabrianese. Mio padre cura questa tradizione da cinquant’anni e non sarò certo io a farla morire.

Infatti, negli anni, ho fatto i salti mortali per riuscire, ogni 24 giugno, a lavarmi con quell’acqua. Anche quando non vivevo ormai più con i miei, dove era davvero facile realizzarla.

Cos’è l’acqua di San Giovanni?

Una tradizione diffusa un po’ in tutto il centro Italia, l’acqua di San Giovanni è un rituale di purificazione. Si raccolgono piante e fiori – cento, almeno, ne volevano i nostri nonni – che si lasciano in acqua per tutta la notte del 23 giugno. Possibilmente in numero dispari, e in un recipiente di legno o rame. Il giorno dopo, con quell’acqua ci si lava il viso, le mani, il corpo.

Un rituale che porta benefici alla pelle e allontana i malanni. Scaramanzia e saggezza popolare, ma anche no: questa usanza nasce come pagana, prima che religiosa, e in tutte le religioni l’acqua simboleggia la purificazione.
Scientificamente, al di là delle virtù terapeutiche delle erbe (si pensi anche solo all’iperico), questi benefici hanno valore finché ci si crede, come ogni elemento di discipline non convenzionali. Io ci credo, non fa male e non faccio del male a nessuno.

Cento sorte de vrance e fiuri

Per dare all’acqua le virtù, bisogna raccogliere “cento sorte de vrance e fiuri” (cento tipi di piante e fiori). Non può mancare il giallo della ginestra e, soprattutto, dell’iperico (noto, non a caso, anche come Erba di San Giovanni), il bianco dell’Erba della Madonna, il viola della lavanda. Le rose, le foglie di noce, il basilico, il rosmarino, il timo, l’alloro, le spighe, la mentuccia, il finocchio, la valeriana, la salvia.

A cento non sono mai arrivato, ma mi ci sono spesso avvicinato. Quest’anno mi sono fermato a quota 73, che è un signor risultato, grazie a frutteto, orto, giardino e campo di mia nonna in campagna. A Sanseverino Marche, mio paese natale. Ma a volte ho faticato davvero anche solo per riempire un piatto d’acqua, soprattutto dove la biodiversità era povera.

Ricordo quel 23 giugno in Ancona – ho vissuto per anni nella città dorica – quando al Piano San Lazzaro oltre l’oleandro non riuscivo a trovare. O quel giugno al mare, a Marotta, dove solo intrufolandomi in giardini e orti privati ho messo assieme qualche erba. Per non parlare delle lunghe estati che ho trascorso a Civitanova Marche, nella sua asfissiante zona industriale, con la gramigna unica speranza di verde tra asfalto e cemento.

Da qualche anno, poi, sono tornato a casa. Dove la natura mi circonda e mi permette questo e altri esperimenti. E dove vivo ora è facile raggiungere quota cento tra erbe e fiori. Vrance e fiuri. L’anno prossimo ce la farò a toccare quota cento. Tradizione è rivivere nei miei gesti quelli delle persone con cui li ho condivisi, che me li hanno consegnati.

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