Scrivere sui muri mi è sempre piaciuto. Quando si chiamava writing ed era reato, quando con il progetto calligraffiti abbiamo cercato di sdoganarlo e ho applicato la bella scrittura alle scritte murali, quando per decorare le pareti ho impugnato pennelli e pennellesse per scrivere in gotico o corsivo frasi sul muro.
Purtroppo non mi capita ancora così di frequente quanto mi piacerebbe di decorare interni con frasi in calligrafia, vuoi perché stencil e adesivi di tutti i tipi ne trovi dalla Coop all’Ikea, vuoi perché scrivere sui muri è ancora un po’ visto come un’azione di un certo peso e una grave irreversibilità, vuoi perché un quadro è meno invasivo di un pezzo. E alla fine, quando stufa, si rimuove senza rulli né trabattelli.

Sulle affinità e divergenze tra calligrafia e writing c’è tanto da dire e non perdo occasione per farlo. Quando ho ricevuto una chiamata da Trieste, in un periodo in cui il Friuli Venezia Giulia è spesso intorno ai miei pensieri, per realizzare una poesia in calligrafia sono stato felicissimo di alimentare, anche se a distanza, il legame con questa aspra e meravigliosa regione. Ma nel momento in cui ho letto le specifiche del lavoro, per decorare una parete di un appartamento in centro in ristrutturazione, che costringevano la poesia in questione in uno spazio verticale alto e stretto, l’ho buttata là: perché non utilizzare un pennello e scrivere sui muri la poesia?
La proprietaria dell’appartamento, una donna concreta e curiosa, illuminata, visionaria, sperimentatrice, non si è tirata indietro. Anzi, ha rilanciato mettendomi a disposizione anche una parete della casa di un suo amico in quel di Udine. Organizzata la trasferta, buttate su due bozze e atteso che la neve si sciogliesse, all’indomani di un voto sciagurato sono salito su tanti treni fino ad attraversare il Tagliamento.

Scrivere sui muri poesie in corsivo. Costantinos Kavafis a Udine

Una casa “tipica friulana con corte interna”, l’ha descritta la mia committente mentre io non riuscivo a chiudere la bocca spalancata dallo stupore in questa meravigliosa abitazione, di un suo amico momentaneamente all’estero. Su una parete, catturato da una poesia, questo ragazzo avrebbe voluto scritti dei versi di Costantinos Kavafis. Che coincidenza incontrarsi di nuovo con questo greco, famoso per “Itaca“, un anno dopo.
Massima libertà concessami, ho scelto una calligrafia corsiva abbastanza disinvolta, cancelleresca, contemporanea, piuttosto fresca e dinamica, per decorare questi due metri quadri in un mezzanino illuminato da pareti in vetro, faretti e led.

Questi i versi della poesia Per quanto sta in te, di Costantinos Kavafis, tratta da “Settantacinque poesie“, Einaudi 1992.

E se non puoi la vita che desideri
cerca almeno questo
per quanto sta in te: non sciuparla
nel troppo commercio con la gente
con troppe parole in un viavai frenetico.
Non sciuparla portandola in giro
in balía del quotidiano
gioco balordo degli incontri
e degli inviti,
fino a farne una stucchevole estranea.

Umberto Saba e Trieste. Calligrafia su muro

Dopo una serata all’insegna di prodotti tipici, cullato dall’ospitalità di questa famiglia che ho sentito subito così vicina per quanto così distante, in una mattinata piovosa partenza alla volta di Trieste. Centro storico, a due passi dalla sinagoga e dall’Antico Caffè San Marco, un raffinato palazzo storico ospita il delizioso appartamento in ristrutturazione dove scrivere la poesia richiesta. Nel frattempo ci siamo riorganizzati, la parete scelta è diventata un’altra, ostica ma importante: tre metri per uno a due metri di altezza. Ho dovuto spezzare la poesia in colonne, il lavoro in cima a una scala è durato quasi sette ore, ma Saba, Trieste e questo appartamento le meritavano tutte.

Non mi sono staccato dalla calligrafia cancelleresca formale, inclinata pochissimo – quasi dritta -, in acrilico bianco opaco su un fondo color tortora. Trieste vista da Umberto Saba, dalla sezione “Trieste e una donna” (1910-1912) del Canzoniere, è esattamente come anni fa immaginavo questa città di confine, come l’ho assaporata nelle mie incursioni negli anni e come ogni volta che ho la fortuna di tornare tra queste erte sento che la città si mostra, con una scontrosa grazia.

Ho attraversato tutta la città.
Poi ho salita un’erta,
popolosa in principio, in là deserta,
chiusa da un muricciolo:
un cantuccio in cui solo
siedo; e mi pare che dove esso termina
termini la città.

Trieste ha una scontrosa
grazia. Se piace,
è come un ragazzaccio aspro e vorace,
con gli occhi azzurri e mani troppo grandi
per regalare un fiore;
come un amore
con gelosia.

Da quest’erta ogni chiesa, ogni sua via
scopro, se mena all’ingombrata spiaggia,
o alla collina cui, sulla sassosa
cima, una casa, l’ultima, s’aggrappa.

Intorno
circola ad ogni cosa
un’aria strana, un’aria tormentosa,
l’aria natia.
La mia città che in ogni parte è viva,
ha il cantuccio a me fatto, alla mia vita
pensosa e schiva.

Mi piace pensare che chi trascorrerà del tempo in questo appartamentino/gioiello, non appena sarà pronto, e sdraiato sul letto (che scende dal soffitto, tra cristalli artigianali di Murano e mobili fatti a mano) leggerà questa poesia tagliente come la Bora e intensa come la salita al Colle San Giusto, possa cogliere l’essenza di questa città “dalle mani troppo grandi per regalare un fiore”. Una città di roccia e mare, vento e vicoli. Una città che mi chiama da anni chissà perché e dalla quale non riesco mai a separarmi senza malinconia.
Trieste, che oggi ha in sé anche un pezzo di me.