Studio paleografia da tempo, tanto che non concepisco più la calligrafia se non come espressione contemporanea personale di una scrittura storica, qualunque sia il carattere in questione.
La paleografia, studio della scrittura dalle sue primitive apparizioni alle forme calligrafiche del secolo scorso, è fondamentale per chi studia, ama e pratica la calligafia.

Fondamentale un po’ perché se non si conosce da dove un carattere provenga ci si limita, nel far calligrafia, a una mera riproduzione di un modello senza speranza di farlo proprio, evolverlo, portarlo a un livello superiore; quello cioè che lo rende nostro. Un po’ perché solo la consapevolezza dei mutamenti che nella storia hanno modulato un carattere attraverso una scrittura usuale, attraverso il passaggio da uno strumento scrittorio all’altro, da un materiale all’altro, da una tecnica a un’altra, tra storia e cultura e tra popoli e tempi, solo questa conoscenza critica può farci capire quanta importanza c’è in ogni segno che tracciamo.

Siamo nani sulle spalle di giganti, e anche se possiamo guardare lontano dobbiamo ricordare che è grazie all’Impero romano, al Cristianesimo, al Medioevo e al Rinascimento, soprattutto, se oggi stringiamo penne in pugno e disegnamo lettere che vengono da lontano.

Paleografia che si studia sui libri e paleografia che si incontra negli archivi (sempre su libri, ma un po’ più antichi)

La paleografia su apprende sui libri, ovvio. Si studia all’università nelle facoltà di Lettere, Beni culturali, Storia, perlopiù. Sembra assurdo, ma ai corsi di calligrafia, spesso, la storia della scrittura non si affronta nemmeno per sommi capi. Ecco perché ai laboratori di calligrafia che organizzo, per quanto non paragonabili con quelli che frequento, almeno gli estremi della paleografia latina cerco di trasmetterli. Magari a scapito del tempo da dedicare alle lettere, ma per me la storia è una priorità. Un medievalista in casa e una tesi di laurea in storia non potevano portarmi lontano da qua.

Ma paleografia si scopre sui documenti, anche. Negli archivi storici, nelle biblioteche, nei musei, per le strade del Paese dove abbiamo la fortuna di vivere ma frequentemente non ci facciamo caso. Ho il lusso di avere accesso a un piccolo archivio storico con molte fonti medievali e il privilegio di un padre paleografo, combinazione che mi porta ogni volta che posso nel mio paese natale, Sanseverino Marche, a cercare corrispondenze tra storia e scrittura nell’archivio storico comunale.

Riformanze consiliari di metà Quattrocento. Autopsia di una scrittura corsiva

Alla ricerca di non so mai bene cosa, oltre la ricerca stessa, un volume di riformanze consiliari di metà Quattrocento mi ha colpito per il tono dell’inchiostro.
Questo librone, scritto ai tempi di papa Niccolò V, tra il 1449 e il 1450, conservato avvolto in una copertina di pelle animale nell’archivio storico settempedano, si deve alla mano del notaio Fazio di Andrea da Monte Santa Maria in Lapide (l’attuale Montegallo, minuscolo comune in provincia di Ascoli Piceno oggi completamente inagibile in seguito ai terremoti del 2016).

Le suppliche, le grazie, le riformanze e le scritture varie rivolte a Console e Priori sono scritte ora in latino, ora in volgare, in 53 carte numerate sul recto di carta vergata pesante, filigranata ogni tanti fogli. Vi si leggono spesso esiti di voti eseguiti con scrutinio segreto affidando una palla al segreto di una bussola con due facce, il sì e il no.

Questa scrittura corsiva, espressione di una cultura notarile – mi chiedo spesso dove questi notai abbiano imparato a scrivere; di sicuro erano laureati (Bologna? Perugia?), ma ogni mano ha un suo stile molto diverso da ogni altra, in questi documenti -, ordinata e chiara. L’inchiostro, che tanto mi ha colpito, è un inchiostro ferrogallico che si è mantenuto eccezionalmente nero nonostante i quasi sei secoli da quando fu intinto. Da come gli ossidi di ferro hanno corroso la carta, fino a bucarla in qualche punto, non c’è dubbio si tratti di ferrogallico.

Dal punto di vista tecnico della scrittura, questo corsivo elegante e morbido ha un chiaroscuro minimo, con frequenti movimenti sinistrigiri già cancellereschi. Si tratta di una minuscola italiana di transizione, perlopiù cancelleresca, ma con ponti di mercantesca, echi di carolina e bastarda. Tratti comuni, quindi, di diverse scrittura storiche appartenenti allo stesso periodo, ma tipiche di aree geografiche differenti. E, in definitiva, sempre e comunque di una scrittura tachigrafica si tratta, alla quale solo un paio di secoli dopo la paleografia costruirà attorno delle regole.
Troncamenti, legature e contrazioni ovviamente abbondano, ma la chiarezza di esecuzione rende comunque interpretabile il testo (per quanto il latino appreso al liceo possa ancora venirmi in aiuto).

Tra le minuscole di questo ductus corsivo, la F inclinata e ingrossata è bastarda d’oltralpe; la T sempre legata alla lettera precedente da ponti; la V e la D sono ancora gotiche, questa seconda universitaria; la S è lunga carolina, senza doppia curva, come carolina è la G a occhiale; la schiena della A ancora inclinata nella frequente esecuzione tonda tardo carolina; la R onciale, a volte tonda a uncino se in un nesso. Quasi tutte le restanti minuscole corsive seguono costruzioni umanistiche, che da lì a qualche decennio il Griffo e il Vicentino, per citarne giusto un paio, codificheranno nel corsivo AldinoItalico per il resto del mondo – e nella Cancelleresca. Ma la storia del corsivo, uno dei migliori contributi rinascimentali italiani alla civiltà europea, meriterebbe qualche ora in più per essere raccontata bene.

Riflessioni a margine di una scrittura storica

Parliamoci chiaro: la paleografia interessa una quota davvero piccola di addetti ai lavori. Il testo che ho trovato e riportato qui, in quanto al contenuto, probabilmente coinvolge e cattura l’attenzione di mio padre e a voler essere generosi una manciata di storici sparsi tra le Marche. Tra gli appassionati di calligrafia poi – e ben altri studiosi lo hanno già verificato, cercando di condividere contenuti culturalmente alti in bassifondi virtuali – non per voler essere pessimisti ma credo siano in pochi non dico ad aver studiato il Cencetti, ma almeno a non aver saltato a pié pari le prime quaranta pagine di Corsivo in calligrafia (l’avete letto, vero?).

Ma imbattermi in questi testi mi fa sempre pensare che quasi seicento anni dopo leggo (non) senza difficoltà cosa scrisse un amanuense laico nel Medioevo. Tra seicento anni mi piace pensare che qualcuno possa fare lo stesso con la mia scrittura; di certo non ci riuscirà se la mia calligrafia, per quanto personale, non seguirà delle regole, le stesse che lo studio di una scrittura storica evidenzia in testi che hanno secoli di storia.
Forse è questo il motivo per cui tanto si osteggia, oggi, in certi ambienti, la calligrafia moderna: l’assenza di regole storicamente codificate. La mancanza di un codice che renderà la modern difficilmente interpretabile, tra qualche secolo o decennio.

Lo studio delle regole – da conoscere, capire, applicare, superare; obbligatoriamente in quest’ordine e non aspettatevi né accontentatevi di riuscirci in un paio di mesi – sarà sempre incompleto senza esempi (e senza maestri). Ecco perché mi sembra un utile servizio pubblicare e condividere testi storici di prima mano.