Dire bella calligrafia – e lo dico senza sentirmi troppo in colpa, anche con una discreta consapevolezza del termine – mi espone, da sempre, alla reazione un po’ infastidita di chi conosce l’etimologia della parola, la grammatica e i piani alti della lingua italiana.
Non parlo solo dei grammar nazi o di estremisti filologici, ma anche degli amanti della calligrafia che vedono il loro amore violato dalla barbara ignoranza di chi non rispetta etimologie né grecismi. Ironia a parte, sono ben altre le problematiche sulle quali prendere posizione, oggi, rispetto alla correttezza o meno dell’espressione bella calligrafia. Ma di calligrafia – anche e soprattutto bella – si parla, qui, per cui confutiamo definitivamente questo dubbio: bella calligrafia si può dire.

In giorni di tempesta sull’Accademia della Crusca, massima istituzione italiana che raccoglie studiosi ed esperti di linguistica e filologia della lingua italiana, che sull’uso dei verbi intransitivi in forma transitiva (quell’«esci il cane» che sta facendo sorridere gli italiani) è stata un po’ ambigua, ho ricordato quando registrai il nome a dominio bellacalligrafia.it. In quel caso, mi posi più di un quesito linguistico.
Parlo della correttezza morfologica dell’espressione bella calligrafia. I puristi e i calligrafi, e anche il sottoscritto, hanno ovviamente storto il naso. E, negli anni, non sono stati pochi gli utenti che questo pleonasmo mi hanno segnalato, sottolineato e più o meno ironicamente corretto.

Quanto è lecito far combaciare le esigenze grammaticali e quelle del web marketing? Eh sì, piaccia o non piaccia gli utenti interrogano i motori di ricerca chiedendo anche di bella calligrafia, oltre che di sola calligrafia. Chiunque abbia un po’ di confidenza con l’ottimizzazione delle pagine web sa quanto il nome a dominio conti in questi casi. A mia parziale discolpa, oltre al sostanziale abbandono di quel progetto, posso solo aggiungere che quel sito venne molto dopo questo, bellascrittura.eu, che etimologicamente è incontestabile, e lo fece pensando anche al posizionamento, oltre che ai contenuti.

Il web funziona così: senza backend non c’è frontend che tenga; senza i carpentieri gli interior designer non se la tirerebbero tanto. Internet, al nostro livello (Zuckerberg non mi legge), non ci ha reso la vita migliore. Internet è un mercato, meglio conoscerlo che subirlo. Io con Internet ci lavoro, obtorto collo, ma non ditelo a mia madre, lei mi crede pianista in un bordello.

Cos’è calligrafia? Bella scrittura, appunto

Ma veniamo al dunque. Calligrafia è pura manifestazione di senso estetico, sintesi di pensiero, di percezione e di bellezza. Calligrafia è l’arte di scrivere con precisione ed eleganza. Calligrafia è una parola greca, che tradotta letteralmente significa Bella scrittura (kalligraphía, composto di kállos “bellezza” e gráphein “scrivere”). Sarebbe perciò ridondante dire Bella calligrafia (che alla lettera significa Bella bella scrittura. In realtà è del tutto normale che il significato di una parola muti nel tempo, allargandosi o restringendosi.

bella calligrafia

Ma quindi, si dice Bella Calligrafia?

Sì. Si dice. Lo accetta anche l’Accademia della Crusca

Esatto, l’Accademia della Crusca, investita nel 2013 della questione, risponde che «La dilatazione del significato di calligrafia da arte di tracciare la scrittura in forme eleganti a modo di scrivere individuale è già ottocentesca».

Continua l’Accademia della Crusca: «se dovessimo badare all’etimologia, non potremmo dire né giovin signore (cioè ‘giovane vecchio’) né donna di servizio (cioè ‘padrona di servizio’; i due esempi sono di Alessandro Manzoni, che replicava così al Monti, sostenitore dell’importanza dell’etimologia per il retto uso linguistico); né potremmo metter frutta in un paniere, o sciacquarci la bocca con un collutorio, o distenderci sul lettino durante una seduta dallo psicanalista».

Bella calligrafia si può dire. Lo conferma la letteratura

La voce Calligrafia per l’istituto Treccani

Quindi, via libera da parte dell’Accademia della Crusca. Non basta? In questi giorni, le posizioni e le giravolte su “scendi il cane” e “siedi il bambino”, hanno messo un po’ in dubbio la solida autorevolezza di quell’istituto, e allora mi è sembrato il caso di allargare un po’ l’indagine.

Come si faceva una volta, sono partito dal vocabolario, ma a differenza di una volta il Treccani l’ho consultato online, alla voce calligrafia. Leggo, come secondo significato del termine con i suoi esempi: «Per estensione, modo di scrivere in genere, scrittura, grafia: avere una bella, una brutta calligrafia; ha una calligrafia illeggibile».
Poi, tra i sinonimi del termine, «bella scrittura. – brutta scrittura, (non com.) cacografia. 2. (estens.) [modo personale di scrivere: avere una bella calligrafia] = grafia, scrittura».

E infine, in una pagina di domande e risposte del medesimo Treccani, un’ulteriore conferma: «Col passare del tempo, nuovi significati si affiancano al significato originario. Così, già nell’Ottocento calligrafia prende a significare anche soltanto scrittura, cioè grafia: bella o brutta. Perché nasce questo secondo significato che stride con l’etimo e a qualcuno ancora oggi fa storcere il naso? Perché la parola ha successo e viene usata anche fuori dall’orticello dei sapienti e quindi tra i parlanti comuni la dotta motivazione etimologica è completamente opaca.
Per i più che non sanno di greco calligrafia diventa ben presto sinonimo neutro di grafia o scrittura e allo stato attuale si può dire che è molto più diffuso questo secondo significato neutro che ci fa dire, senza sbagliare, una bella calligrafia o una calligrafia illeggibile. Ma senz’altro chi vuole può fare bella figura, adoperando legittimamente calligrafia nel suo significato originario di ‘bella scrittura’, con la speranza di essere capito all’impronta».

bella calligrafia

Altre fonti, stessa conclusione su “bella calligrafia”

Quando studiavo per diventare giornalista, o anche solamente per laurearmi, l’invito, nella scrittura, a verificare una pluralità di fonti era la costante di ogni lezione. E allora sono andato a cercarmi altre voci che dicessero la loro sulla bella calligrafia. Non ne mancano, vista la popolarità del termine, e la conclusione è quasi sempre orientata nella medesima direzione.

Quindi, per lo scarso rispetto di cui sopra per le nuove tecnologie – e buona parte del mio lavoro, a ben vedere – sono andato a chiedere là dove so che non c’è stringa alfanumerica che tenga: il Devoto Oli. Per Giacomo Devoto e Gian Carlo Oli, calligrafia, per estensione, indica «modo di scrivere, scrittura: avere una bella calligrafia, una calligrafia illeggibile».

In un libro degli anni Cinquanta, Parlare italiano di Leo Pestelli (Longanesi, 1957), si inserisce la frase “Avere una brutta calligrafia” all’interno della figura retorica della catacresi o ablusione, secondo cui una parola si trascrive a un senso lontano da quello che etimologicamente gli è proprio. Espressioni strane, contraddittorie, eppure usatissime, aggiunge l’autore. D’altra parte, a stare all’etimo, maestro è molto di più che ministro, ma andatelo a dire ai maestri.

Una grammatica italiana inserisce l’esempio “bella calligrafia” nella figura retorica della tautologia, cioè ripetere lo stesso concetto con una sola parola o un’intera frase. Quindi, in bella calligrafia, il bella è superfluo, però la locuzione è entrata in uso, aggiunge questo testo (Italiano – Grammatica essenziale, Aa. Vv. [testi a cura di Nicoletta Mosca], De Agostini, 2011).

Proseguendo nella ricerca trovo in un forum questa bella citazione: «Ma presto il significato della voce [calligrafia] si dilatò per assumere quello più generico di maniera di scrivere, di scrittura; e senza tener più conto di quel prefisso che indicava appunto bellezza, si cominciò a dire “bella calligrafia”, non solo, ma anche “brutta calligrafia”, “orribile calligrafia”, che parrebbero davvero un controsenso. Dunque, la mia maestrina metta da parte le sue paure, e stia tranquilla: in un compito scolastico “bella calligrafia”, “brutta calligrafia” non sarà mai da segnare errore» (Aldo Gabrielli, Si dice o non si dice?, Mondadori, 1969).

Fu “bella calligrafia” anche per Màlleus

Chi frequenta la bella scrittura solo nei social network potrebbe non conoscere Màlleus. Io, da marchigiano, il fabrianese Enrico Ragni – anche noto come Màlleus – so chi è da quando c’era solo myspace. Bussai alla sua porta quando il suo scriptorium, a Recanati, ancora non era un castello, più di dieci anni fa, per offrirgli la mia penna. Cercavo lavoro come amanuense, insomma, per diminuire la poesia della cosa.

Di fronte al mio curriculum, ovviamente vergato a mano in un’ancora acerba cancelleresca, mi rispose che avrei dovuto scrivergliene uno «non in bella calligrafia». Proprio così. Mi colpì quella richiesta, non per il contenuto ma per la forma: poteva commettere errori proprio sull’uso di una parola come calligrafia, un gigante della calligrafia come lui? mi domandavo. Avevo davvero poco a cui pensare, a venticinque anni. Màlleus conosceva il suo lavoro e sapeva quel che diceva quando parlava di bella calligrafia: se non sai chi hai davanti e parli più sofisticato di come parleresti al fruttivendolo sbagli sempre (altra lezione di giornalismo).

Per la cronaca, giorni dopo consegnai il medesimo documento in una grafia più spontanea, la mia scrittura a mano, che il Ragni avrebbe poi sottoposto all’analisi di una sua consulente grafologa per estrarne aspetti della mia personalità, indispensabili per una valutazione psicologica ai fini di un’eventuale considerazione della mia candidatura.
Non c’è da stupirsi che sia stato scartato e dimenticato. Poi, a dirla tutta, anche al netto delle dinamiche lavorative dell’Antica Bottega Amanuense (dove lavorano solo donne), la mia cancelleresca faceva davvero pietà a quei tempi.

* * *

Mi torna in mano, infine, in questa ricerca, un divertentissimo libretto letto qualche anno fa, La situazione è grammatica di Andrea De Benedetti (Einaudi, 2015), e approfitto delle sue parole per una conclusione a queste riflessioni.

L’errore è il principale indicatore della vitalità di una lingua. Il corollario che ne consegue, e che non tutti siamo disposti ad accettare, è che l’errore – quello fortuito e quello voluto, quello da ignoranti e quello da virtuosi – è spesso anche un passaggio obbligato nel percorso di rinnovamento di una lingua. […] Se c’è una cosa che tutti quanti dovremmo tenere a mente quando correggiamo e commentiamo con sarcasmo gli strafalcioni altrui, è che l’errore non è una categoria di giudizio definitiva, ma il negativo di una fotografia scattata alla lingua in un determinato istante della sua storia. Tra uno, dieci o vent’anni, con un altro paesaggio e un’altra luce, sarà diversa la fotografia e sarà diverso anche il negativo. Non esiste un errore che sia tale per tutti e che lo sia una volta per tutte: esiste l’errore che è errore qui e oggi, ma che domani magari non lo sarà più; l’errore che è un errore se lo si scrive ma non se lo si dice; l’errore che è errore a Milano ma non a Palermo.

Semplice e chiaro. Forse quando ero alle elementari io, “bella calligrafia” aveva ancora un senso sottolinearlo come errore se scritto in un tema. Oggi, che il web e la messaggistica istantanea hanno livellato molto in basso lo standard della lingua, più di quanto già non avessero fatto decenni fa SMS e chat, non ha alcun senso sperare di difendere l’italiano indignandoci per errori come questi.

Se avete a cuore la vostra lingua sapete già come tutelarla e promuoverla. Chi ci ruba una lingua – o ce la sostituisce con un eurish mezzo lingua franca mezzo lingua creola convincendoci che sia la lingua franca del futuro (lo vorreste un futuro con verbi solo alla prima coniugazione?) – ci sta rubando l’identità. Storia e cultura italiane, espresse nella nostra lingua, vanno difese dallo straniero che ci portiamo in casa attraverso i dispositivi che i nostri figli hanno in mano più tempo delle penne, non da quello che arriva su un barcone in preda al Mediterraneo.

E se oltre alla lingua, amate la calligrafia, avrete sicuramente più interesse a soffermarvi su un tratto, che su una definizione.

Illustrazioni tratte da Elisa Cappelli, Il primo libro del bambino, Salani, 1926.

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