Ultime forze rimaste è stato un progetto hip hop di fine millennio, senza fama né gloria, ma per me importante. Una definizione aderente fino a un certo punto, per questa storia che vorrei raccontare per non dimenticare, però non saprei come altro chiamare quello che Ultime forze rimaste ha rappresentato. Male e appena, ma a modo suo ha rappresentato.

Ultime forze rimaste eravamo io e ‘u Rugiu, un asse tra Sanseverino e Tolentino (Tole-Sanzevere connection); la prima, Sanseverino, la città natale dove vivevo e la seconda la città d’adozione dove studiavo. Siamo nelle Marche, più a sud che al nord, più nell’entroterra che sulla costa. Erano i miei anni del liceo, quelli di fine millennio e vivevamo la Golden age dell’hip hop dalla nostra piccola remota periferia che ci sembrava chissà che, quando il mondo senza internet era così piccolo. E così mi piace ricordarla, a vent’anni di distanza che sembrano secoli.

Perché è questo anniversario, ancorché sfumato che una data univoca non c’è, a chiedermi a gran voce un salvataggio dall’oblio di questa storia. Che è la mia, di storia, se gli anni di formazione hanno un valore nella sintesi che un uomo raggiunge a quarant’anni.

Con la calligrafia ovviamente, esclusa la coincidenza temporale e la genesi comune del writing, non c’entra nulla. Ma scrivo perché ho bisogno di dire delle cose, non di raggiungere sempre e comunque un pubblico o un obiettivo. Siete quindi ancora in tempo per abbandonare questa pagina.

‘U Rugiu e la scena tolentinate

Conobbi ‘u Rugiu, all’anagrafe Alessandro Amoroso (noto anche come Rouge, o ‘u Rusciu), ventenne romano trapiantato a Tolentino e ovviamente rossiccio di capelli, una sera primaverile del ’97. Me lo diceva da un po’, un compagno con cui andavo in tavola, che doveva farmi conoscere un tipo che non solo faceva il triple kickflip, il che delineava già i contorni di un mito. Ma che era addirittura l’unico in provincia a chiudere l’ollie impossible. E a questo punto era quasi leggenda.

Rouge girava con scarpe con innesti d’acciaio sotto le suole per grindarsi i marciapiedi. Così per dire. Fu ovviamente amore a prima vista. Non poteva essere altrimenti, ma non tanto per lo skate col quale ero scarsissimo e non avevo futuro alcuno.

Come me, in quegli anni, ‘u Rugiu aveva conosciuto e sperimentato il writing, disciplina dell’hip hop. Senza una crew non eri nessuno quando taggavi (le tag prima di internet erano altra cosa) e a Sanseverino era dura trovare writer. La street credibility era ancora tutta da costruire, e oggi posso dire che nemmeno il mio misero contribuito ha aiutato la causa. Inoltre la vecchia scuola, che aveva lasciato tracce, anche stilose, sui muri della città, ancora non era definitivamente rientrata. Ragazzi che studiavano fuori, conoscevano la doppia H e la riportavano a casa. Ma inavvicinabili, quelle poche volte che tornavano giù, da pischellini come noi.

A Tolentino la storia era diversa. Tutto è sempre stato diverso a Tolentino. C’era già una certa scena writing, una ferramenta che vendeva addirittura le Dupli color (col bianco che copriva il nero, e ci bastava quello in quegli anni per i throw up rovesciati), un paio di spot e una manciata di skater. E un’amministrazione “di sinistra”, che tanto invidiavamo da Sanseverino, che pur non concedendo muri legali per dipingere non dava più di tanto la caccia ai writer. Tutti elementi che si combinavano e nei quali cercavo di immergermi fino alla visiera del cap che calavo sopra gli occhi.

Iniziammo a dipingere assieme, io e u Rugiu. Da anni cercavo di trascinarmi dietro ogni amico in quell’impresa, ma o le lettere ce le hai nelle mani e non riesci a tenertele o niente. Il writing – e l’hip hop – o ti brucia o lo ignori. Non mi sembrò vero trovare un compagno di spray e buttare su una crew tra le due città in cui vivevo.

Nacque Ultime forze rimaste crew.

La Golden age dell’hip hop

Diversi soggetti negli anni si aggregarono, uscirono, transitarono. Progetti collaterali crebbero dentro e accanto a Ultime forze rimaste. Spin off e trasferte in mezza Italia per partecipare a jam e goderci serate con quelli che sono rimasti i grandi nomi della Golden Age dell’hip hop italiano.

Ricordo murate con Truffa e Brasco della camerte DKL, dj Same che mi prese sotto la sua ala e mi insegnò cos’era il rap e un sacco di altre cose. I bboy di Ancona. Nottate in auto con l’FP klan aspettando che si spegnessero le luci della città, ascoltando musica hardcore, le Montana in attesa nel bagagliaio. I garage e gli angoli dei locali dove si faceva freestyle. Alcool, alcool, alcool.

La campanella delle 8;15 mentre prendevamo la via del parco, le tasche dell’eskimo piene di marker e gli Invicta di Montana hardcore. Le jam lungo la costa, l’alba sull’Adriatico. I viaggi in treno a Roma a fotografare lungolinea e vagoni. Aelle e YoMtv. Fast forward, anni dopo, nuova scuola. I mixtape e i freestyle sui beatbox. Il Colle der Fomento, la Haine, gli Uomini di Mare e una serie di nomi e cose e luoghi e storie che non serve elencare. Chi ha vissuto quegli anni lo sa. Chi ha vissuto quegli anni ne sa.

Ultime forze rimaste, dal writing al rap

Il writing aveva dei costi, bassi o alti che fossero. Sociali e, soprattutto, economici. Noi eravamo dei morti di fame, dell’hip hop ci appassionavano tutte le discipline e, in fin dei conti, con le bombole eravamo davvero fiacchi.

Per la breakdance eravamo troppo balordi, per girare i dischi sui Technics vedi sopra. Ascoltavamo rap, il passo da lì a rappare era automatico. Arrivò dj Triphase, con una mano da paura, con cui già dipingevamo e pattinavano a 236 mslm. Qualche selectah di afro – a Sanseverino ce n’erano decine, con tutto ciò che ne consegue – ci prestò quel minimo di attrezzature (veramente minimo) e ci provammo.

Dj Same ci ospitò nei locali sotterranei di quello che sarebbe diventato lo Juno il 9.9.’99 e con un paio di microfoni rubati a scuola ci mettemmo a rappare.

Il 1999. I primi versi e l’hardcore rozzo

Dei primi pezzi di Ultime forze rimaste non c’è più traccia. Registravamo su nastri magnetici, quando lo facevamo, impugnando grossi marker a fare da microfoni gesticolando davanti al ghetto blaster dopo aver schiacciato REC.

Sagra da’a porchetta fu uno dei primi pezzi più o meno strutturati che portammo in giro, a qualche jam, al Sisma di Macerata e nei dintorni. Vennero poi No’l’appatto e La provincia non rinuncia. Produzioni Bruttabotta. Hip hop hardcore rozzo, harcorozzo contratto, il genere che proponevamo. Parlavo di erba e trattori, provincia e campagna, tra le altre cose. Avere a che fare coi cinghiali non mi sembrava meno real che dissare i sucker.

Poi terminava il millennio. Consumammo Sindrome, il rap di Roma e quello di Marsiglia, Verdicchio e Carzola’, e gli effetti iniziarono a sentirsi.

Il nuovo millennio. Ventre marcio

Il primo progetto concreto che riuscimmo ad avere in mano, come Ultime forze rimaste, nei mesi freddi del Duemila, fu Ventre marcio. Il concept aveva a che fare con l’alcool, ovviamente. Come prima e come dopo.

Registrato non si sa come nel salone di un dj di musica afro dal mio paese (‘u Vaffo’), con strumentazione e mezzi che dire buttati su è dir poco, confezionammo questa cassettina in one shot, buona la prima. Pessima la prima, in realtà, ma fu tanta roba per noi.

Erano pur sempre vent’anni fa e che eravamo poverissimi non lo sottolineo più.

Composi basi – bpm bassi – nell’ambito di una produzione che leggevo come un discorso più vasto e battezzai DeRupe produzioni (de rupe è latino, de + ablativo). Che, come vedi, ancor non m’abbandona. Con un sequencer e una tastiera attaccata a un 386 via midi, rappammo testi visionari, paranoici, introspettivi, malati, densi di rabbia o voglia di fuga, che ben poco avevano a che fare l’hip hop di quel periodo. Ma la Costa Nostra, dopo Teste Mobili, era l’approccio che sentivamo più vicino a quello che avremmo voluto comporre.

Utilizzai un alias, Santiago Nazar (vediamo chi coglie il nesso letterario) per questo primo demo di Ultime forze rimaste. Non volevo confondere rap e writing, lasciai Asthorone di là. C’è chi ancora mi chiama così, Asthoro’, anche a quarant’anni, comunque.

Copiammo al massimo una decina di cassette, che distribuimmo ad amici e compagni e con buona probabilità quei nastri si sono smaterializzati ed è giusto sia andata così. Buona pace.

Uno smanettone nerd (‘u Valorozo) di quelli che ogni buona classe di liceo ha, anche se la mia non era proprio buona nel suo meticciato, portò il demo su CD. Gli allungò la vita quel tanto che basta per arrivare a consegnarla alla rete, oggi, e darle probabilmente l’immortalità o quello che in questi tempi più ci si avvicina.

Sempre con l’intento più archivistico che comunicativo di non lasciare alla polvere quel frammento di storia, incorporo qua sotto un paio di pezzi di quel demo.

Non avevo neanche vent’anni, ed erano anni difficili; non dimenticatelo.

Ventre marcio, Sanzevere 2000

Ultime Forze Rimaste, Bagliori bui. Rouge, Santiago Nazar, Dj Triphase. Ventre marcio demotape; Derupe produzioni, Sanseverino Marche, 2000 (comprende anche la chiusura di Poche forze).

Ultime Forze Rimaste, L’altro pezzo. Rouge, Santiago Nazar, Dj Triphase. Ventre marcio demotape; Derupe produzioni, Sanseverino Marche, 2000.

Viaggio interetilico. L’ultima frontiera

Il concept l’abbiamo mantenuto, alto come il gomito, anche nell’ultimo demo. Che nelle nostre intenzioni poteva essere un vero e proprio album: registrammo Viaggio interetilico in un quasi studio vero (Da Viscido House) e buttammo fuori un CD dopo che Triphase rimise a posto le tracce. Addirittura un paio di skit, intro e un “libretto”.

Eravamo a cavallo tra duemila e duemilauno e da ridere c’era poco. Il titolo parlava chiaro e il tasso alcolico era severo, di quelli che oltre c’è il baratro. Almeno per me. Mi fermai in tempo. Strappai radici e tagliai ponti. Non ne sarei uscito, diversamente. Quando, dopo anni di quarantena – ecco perché non mi spaventava quella di un paio di mesi appena attraversata – tornai alla vita, la vita, fuori, era cambiata.

Ho mantenuto la dignità necessaria per non riprovarci. Non solo col rap. Se ci sono riuscito – e ci sono riuscito solo a metà, spero la metà che bastava – è stata solo fortuna, non sono un professionista della vita. E chi sa vivere non scrive. Lascio a un paio di tracce di quell’ultimo album di Ultime forze rimaste il compito di dire il resto.

Viaggio interetilico, Sanzevere 2001

Ultime Forze Rimaste, Né con i se né con i ma. Rouge, Asthorone, Dj Triphase. Viaggio interetilico; Derupe produzioni, Sanseverino Marche, 2001.

Ultime Forze Rimaste, Monorimatrack. Rouge, Asthorone, Dj Triphase. Viaggio interetilico; Derupe produzioni, Sanseverino Marche, 2001.

Le basi, anche qua, come per il demo precedente, le composi io per DeRupe produzioni con Cubase e la mia Korg, salvandole su floppy disk. Tutte tranne una. Non fu un campionamento, fu un tributo – o un vero e proprio furto – il caso di Rientro in circolo. Rubammo questa base. Avevamo imparato a memoria quasi dieci minuti di rap in francese a forza di ascoltarla. Come potevamo non utilizzarla nel nostro demo? Shurik’n e Akhenaton ci avrebbero perdonato.

Rientro in circolo

Qualche anno fa, dieci per la precisione, ho tentato di esorcizzare questa memoria per assolverla nel blog dove mi nascondevo. Lascio a quelle parole di allora il compito di raccontare questa vicenda e, in fondo, il concept di questo ultimo contribuito che diedi al rap.

Un tributo, sostanzialmente, ai king di Marsiglia. Era il 2000, google aveva in home page la mappa del mondo a segnalare la possibilità di accedere in ben dieci lingue ai suoi servizi e noi, ragazzini, pensavamo che a)Usando una base francese nessuno c’avrebbe mai sgamato e b)Visto quanto stavamo sotto col rap d’oltralpe e soprattutto quanto penavamo a trovarne in questa disperata coppia di vallate parallele d’un entroterra in caduta perpetua in un pozzo senza fondo di malessere, potesse essere un nostro contributo allo spingere qualcosa di buono. Le illusioni di gioventù si pagano tutte.

Comunque, sulla base di Domain c’est loin, IAM, buttammo giù questa traccia concentrando il peggio dei vari abusi che quegli anni gravati dalla sindrome di fine millennio ci restituivano. Rientro in circolo, il titolo della track di chiusura di quel demo significativamente intitolato Viaggio interetilico, una sorta di concept album che segnò anche la fine del progetto Ultime Forze Rimaste, startup di hardcore rap settempedana-tolentinate che oltre a un paio di demo su cassetta e a tanti soldi nelle tasche dei baristi e della Distilleria Varnelli SpA non ha prodotto.

Ultime Forze Rimaste, Rientro in circolo. Rouge, Asthorone, Dj Triphase. Viaggio interetilico demotape; Derupe produzioni, Sanseverino Marche, 2001.

Oggi suona quasi commovente questa roba. Acqua passata non macina più, per fortuna.
Ogni tanto me lo chiedo che fine abbia fatto Rouge. Attraversare quegli anni assieme e dimenticarsi non è stato facile.

Il day After

‘U Rugiu l’ho reincontrato un paio di volte, da allora, per caso e non si sa come né scommetterei sul dove. Ci siamo visti sempre meno, dopo Viaggio interetilico, presi dalle nostre vite che non si incrociavano più, fino ad allontanarci del tutto. Senza accorgercene e senza farci caso. Nel silenzio. In quegli anni era semplice perdersi.

Mi fece avere un suo demo, quando ancora il mio indirizzo email stava su Virgilio, Anche i caproni hanno un’anima, e mi disse che non aveva mollato. Non credo l’abbia fatto, ancora; nemmeno oggi. Certi demoni non t’abbandonano come niente fosse.

Ovunque tu sia, bellah fratellone.

Anche vent’anni fa era un anno bisestile.

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