Riflessioni a margine di un corso di calligrafia con Barbara Calzolari

Se dal corso di Brush con Barbara Calzolari dovessi estrarre solo uno, tra i tanti insegnamenti e non solo calligrafici che ci ha lasciato, questo riguarderebbe il segno. Ma per fortuna posso portarmene a casa tanti, da questa bella due giorni organizzata dalla sempre ottima Associazione Calligrafica Ferrogallico: un corso di calligrafia con Brush pen in quel di Pesaro, affacciati sul mare, a capire con una masterpen cosa significhi dominare un segno, accompagnarlo, sostenerlo, gestirlo. Un segno che contenga la nostra esperienza, il nostro stile, la nostra visione. Un segno che abbia in sé la nostra vita, come già mi disse quando ci esercitavamo con lo Spencerian insieme al suo maestro Michael Sull.

“Il segno. Concentriamoci sul segno, non sulle lettere. I segni che contengono e veicolano vita vanno avanti, gli altri sono condannati alla caducità del momento corrente”. Ho visto Barbara ballare mentre il suo Brush accarezzava superfici. L’ho vista ora seguire ora dettare i movimenti della composizione delle lettere che sembrava fossero le dita forti e gentili e non il Brush a disegnare. Lei è una donna estrema, o la odi o la ami. Come il suo stile, non può lasciarti indifferente.
In un corso di calligrafia di due giorni con lei sono troppe le impressioni che ci ha suscitato e le visioni che ci ha costruito attorno. Tante ne vorrei condividere, prima ancora di una tecnica calligrafica o un’istruzione per il corretto utilizzo di uno strumento. Chi pensa che calligrafia sia solo questo e non la forza della nostra personalità che addomestica e forgia un segno fino a farne una lettera che porta con sé la vita e l’amore che le abbiamo donato può restare su instagram. In buona compagnia, oltretutto.

calligrafia barbara calzolari

Pentel Brush Pen, lo strumento. Barbara Calzolari, l’anima

Per i dettagli, il Brush utilizzato era un Pentel Fude punta larga, attrezzo ostico per una mano pesante come la mia, a fine corso ancora così lontana dal dosare la giusta sensibilità nell’alternanza delle linee spesse e sottili. L’utilizzo del Brush simile al pennino (le “zampate” veloci del Tombow hanno già il sapore della copia di una copia di una copia), con la consistenza di linee semplici e uguali, eleganti; il corsivo inglese l’alfabeto da affrontare.

Ma più che una tecnica per comporre una bella scrittura, sono le sue parole su stile, vita, idea, ciò per cui è valso più la pena trascorrere tante ore su quel banco. “L’ispirazione? Cerchiamola in biblioteca, non su Pinterest; in manuali del Settecento, non in corsivi moderni – già vecchi, peraltro – che tra qualche anno nessuno ricorderà più. Non deve interessarci copiare, dobbiamo studiare per creare. Il segreto non è fare cose nuove, il segreto è fare sempre le stesse, con costanza, perseveranza. Non dobbiamo sorprenderci, dobbiamo confermarci”.

Il segno, quindi, non una sua copia. Nel segno dobbiamo entrare e uscire, tenere e tendere; dobbiamo rincorrere la proporzione se bellezza non sappiamo definire se non come un insieme di regole. E la libertà di sovvertirle. La nostra calligrafia deve dar vita alle lettere, che devono rappresentarci e in loro dobbiamo trovare ciò che stiamo cercando. Ma facciamo per dieci anni gli esercizi fondamentali e qualcosa di buono verrà allo scoperto di sicuro.
Gli orientali, prima di scrivere lettere, tracciano segni per chilometri di carta e anni di esercizi; quindi arrivano da noi e ovviamente ci scavalcano.

Ci sono segni che vanno lontano da noi. Non possiamo gestire ciò che si allontana dal nostro corpo, dal nostro cuore. Finché il segno sarà nostra espressione sarà un’estensione del nostro io, con tutto il bene e il male che siamo, quindi con tutta la vita che è in noi e attraverso noi scorre dall’anima alla carta.

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