La Giornata Internazionale della Calligrafia è stata istituita per la prima volta proprio quest’anno, il 16 agosto 2017, così ho pensato di celebrare la scrittura – senza la quale non ci sarebbe calligrafia – inaugurando l’hashtag #CalligraphyItalia, da oggi in poi distintivo di un’iniziativa calligrafica speciale.

Calligrafia & Handlettering Italia e #CalligraphyItalia

Scrittura corsivo Spencerian #calligraphyitalia Partecipo con piacere, con questa citazione in corsivo Spencerian con superscription e un accenno di fioritura, alla “chiamata” di Boxforevent, animatrice del gruppo facebook più figo in Italia di calligrafia (Calligraphy & Handlettering Italia). Frequento tanti di questi gruppi; qui ho trovato poca spocchia, gente vera, disponibilità e simpatia, oltre a produzioni di calligrafia di alto livello di artisti che spaccano culi ma sanno restare umili.

L’hashtag #CalligraphyItalia, su facebook e instagram, è stato pensato per aggregare le nostre mille identità e i nostri diversi stili attorno a un concetto comune, a una passione condivisa e meritevole di uscire da un gruppo per affacciarsi al mondo. Avanguardia di un progetto ancora in divenire, che mi sta coinvolgendo e nel quale mi piacerebbe investire il mio piccolo patrimonio conoscitivo e la mia esperienza umana e professionale prima, calligrafica poi. Un disegno che sogno collettivo e multiforme, dove una mano in più è sempre meglio di una in meno.

“La scrittura è la lingua della mano”

Ho trovato questa citazione del teologo Abd Allah ibn ‘Abbas, cugino del Profeta Maometto, nell’introduzione al capitolo Scrittura di un’enciclopedia di fine Ottocento (Franz Reuleaux, Le grandi scoperte e le loro applicazioni, UTET, Torino 1896). L’ho realizzata in corsivo Spencerian su carta Fabriano colorata (allestimento speciale della cartolibreria fabrianese Lotti), con un pennino Nikko G bagnato del mio ferrogallico.

Seguiva, nell’enciclopedia in questione, un divertente aneddoto che parla della magia e della forza rivoluzionaria che armano la nostra mano quando scriviamo. Un brano che ho apprezzato al punto che lo riporto integralmente, anche se un po’ lungo.

Il viaggiatore inglese Mariner, fatto prigioniero nel 1806 da Finov, re delle isole Tonga nel Grande Oceano, si rivolse per lettera a certi suoi connazionali, che erano quivi capitati, per indurli a fare qualche passo per la sua liberazione. Ma la lettera fu intercettata e consegnata a Finov.
Questi non aveva mai udito parlare dell’arte dello scrivere né gli era mai accaduto di avere nelle mani uno scritto qualunque; e quando gli fu detto che si poteva in questa maniera tener corrispondenza con persone lontane, senza distinzione di luogo o di tempo, non volle da principio prestar fede ad una tale meraviglia. Girò e rigìrò nelle mani la lettera, ma questa non gli diceva naturalmente nulla; stette un po’ meditabondo senza riuscire per altro a darsi una spiegazione della cosa. Chiamò finalmente a sé Mariner e gli ordinò che scrivesse qualcosa. Che debbo scrivere? domando il prigionero; e Finov rispose: “Scrivi me”. Mariner scrisse subito il nome del re secondo la maniera inglese – Feenow – e quindi lesse ad alta voce. Subito Finov fece chiamare un altro inglese che nulla aveva udito di questo colloquio, e fatto allontanare Mariner consegnò il foglio al nuovo arrivato, domandandogli che cosa sopra ci fosse; alla quale interrogazione l’altro subito rispose: “Finov”. Il re gli strappò il foglio di mano, guardò questo con occhi spalancati per la meraviglia, lo fece girare in tutti i sensi e ne esaminò tutte le pieghe, quindi gridò: “Eppure esso non rassomiglia né a me né ad alcun altro! Dove sono i miei occhi? Dove la mia testa? Dove le mie gambe? Come è mai possibile che voi sappiate che qui ci sono io?
Per tre o quattro ore tenne Mariner occupato a scrivere una quantità di nomi di persone e di luoghi e di cose sempre dando da leggere ad un altro lo scritto. Gli si confermava sempre più nel capo l’idea che la carta avesse in sé una qualche virtù di magia. Finalmente credette di essere rischiarato da un raggio di luce, e manifestò ai presenti la suo opinione, che cioè tanto lo scrittore quanto il lettore avessero un segno convenzionale per indicare certe cose e che le riconoscessero poi da questo segno medesimo.
Ma quando Mariner distrusse questa sua opinione collo scrivere anche il nome del re defunto la meraviglia di Finov non ebbe più limiti; e come gli fu assicurato che si potevano inviare di tali notizie in regioni lontanissime e che per mezzo della scrittura non era difficile tramandare ai posteri le lunghe storie di intere nazioni, egli riconobbe bensì i grandi vantaggi di quest’arte ma la ritenne del tutto perniciosa e per nulla conveniente alle isole Tonga, poiché le congiure e le ribellioni avrebbero certamente tenuto dietro all’introduzione di essa ed egli stesso sarebbe forse stato in pericolo di perdere e la vita e il trono in meno di due mesi.

Scrittura a mano e calligrafia

Scrivere a mano e fare calligrafia sono attività diverse, per quanto abbiano molti punti in comune, che coinvolgono anche parti diverse del cercello. Si può migliorare la propria grafia con esercizio e dedizione, anche con un corso di calligrafia volendo, ma l’esigenza della scrittura a mano è la leggibilità. La calligrafia è invece, anzitutto, scrittura elegante; poi mille altre cose meravigliose.

Ci sono scritture bellissime ma illeggibili ai più (tag e pezzi dei writer, ad esempio) e altre chiarissime ma poco eleganti (come le grafie in stampatello). Senza approfondire questo interessante argomento (di come scrivere bene, anche a partire da un insegnamento scolastico, ci sarebbe tanto da dire e c’è molto da leggere; consiglio vivamente questo libro), è chiaro che la scrittura nasce prima della calligrafia. Ogni calligrafo – tutto il genere umano, in realtà – ha un debito con lei. Noi, utilizzandola ogni giorno con amore e cercando di renderla bella, facciamo la nostra parte per sdebitarci. Da oggi anche con l’hastag #CalligraphyItalia, nei luoghi di perdizione della rete 🙂

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