La Bibbia di Gutenberg uscì il 23 febbraio 1455. Qualche giorno fa ha festeggiato il 565° compleanno.
Il testo non era proprio un inedito, anzi, era quello che tutti chiamavano semplicemente Il Libro: biblia, in greco, significa proprio “piccoli libri”; il termine deriva da biblos, che descrive la parte interna dello stelo del papiro. Il porto fenicio di Ghebal, dove s’importava il papiro dall’Egitto, venne ad essere chiamato Biblo dai Greci. E l’etimologia è fatta.

La novità della pubblicazione sta però nella tecnologia con cui viene prodotta: è il primo libro realizzato con la stampa a caratteri mobili, tecnica messa a punto dall’orafo tedesco Johannes Gensfleisch, detto Gutenberg. Capiamoci: Gutenberg non ha inventato la stampa, quella esisteva in Cina da quattrocento anni (è stata inventata nel 1041 da Bi Shen), mentre in Europa la cultura si trasmetteva ancora attraverso copisti, amanuensi e miniatori, attraverso i rotoli di papiro prima (volumen) e i libri in pergamena poi (codex). Volendo, anche la xilografia su matrici in legno era già conosciuta, ma non praticabile per l’opera che aveva in mente l’orafo tedesco. Allora Gutenberg ha messo a punto una tecnica nuova, quella della tipografia, cioè la stampa a caratteri mobili.

La stampa a caratteri mobili della Bibbia a 42 linee

La Bibbia che vuole realizzare Gutenberg è la Bibbia cristiana, nella traduzione latina realizzata in 15 anni da San Girolamo e completata nel 405: la cosiddetta Vulgata. Con 1600 fiorini messi a disposizione dal suo finanziatore Johann Fust, Gutenberg, in quel di Magonza, fonde piombo, antimonio e stagno in quasi trecento caratteri di metallo riutilizzabili per comporre testi. Sviluppa un nuovo inchiostro a base di olio per imprimere le pagine composte su carta di canapa importata dall’Italia tramite un torchio a vite utilizzato per la spremitura dell’uva.

In tre anni l’officina di Gutenberg porta a termine la stampa di 180 copie della Bibbia. Un amanuense, con lo stesso tempo, ne avrebbe scritta una. Il 23 febbraio 1455 la Bibbia a 42 linee, questo il nome derivato dal numero di righe delle due colonne della pagina, debutta a Francoforte in una rudimentale Fiera del Libro. Tutte le copie andarono a ruba prima della pubblicazione. La Bibbia di Gutenberg è composta da due volumi di 322 e 319 fogli, per un totale di 641 fogli, ovvero 1282 pagine. Quaranta copie vengono stampate su pergamena e 140 su carta di canapa. Ne sono arrivate a noi meno di cinquanta; intatte solo dodici su carta e quattro su pergamena.

Per la cronaca, Gutenberg fallì, trascinato in tribunale dal suo finanziatore Fust che richiese indietro il prestito prima che potessero rientrare i frutti economici del lavoro. Il suo incisore, che nel frattempo aveva sposato la figlia di Fust, si mise in società con il suocero e si arricchirono pubblicando libri con la tecnica della Bibbia di Gutenberg. La prima impresa commercialmente redditizia nella storia della stampa. Johannes Gutenberg venne esiliato e nel 1468 morì solo e dimenticato.

La Biblioteca Nazionale di Francia ha digitalizzato una copia dell’opera e l’ha resa disponibile online. La trovate sul sito Gallica della BNF, su pergamena e carta.

bibbia di gutenberg

Panfilo Castaldi da Feltre

Questa storia è interessante, ma poco conosciuta. In un vecchio manuale di calligrafia, edizione Hoepli del Ventennio del Cav. Prof. Ranieri Percossi, qualche mese fa ho letto questa curiosa nota, che riporto integralmente: «La stampa con i caratteri mobili, secondo le opinioni più accreditate, fu inventata da Panfilo Castaldi da Feltre, giureconsulto e poeta. Giovanni Faust, trovandosi in Italia per apprendere le belle lettere, l’imparò dal Castaldi e, quindi, la portò in Magonza, ove le insegnò al Guttemberg, il quale la perfezionò e così impiantò in quella città la prima stamperia con i caratteri mobili (anno 1439)» (Ranieri Percossi, Calligrafia, Hoepli, Milano 1924, p. 18 n. 1).

Mi è sembrato così surreale che ho approfondito. Panfilo Castaldi, oltre che una bella statua nella sua città natale, ha una voce in wikipedia. Che conferma: «Prese in moglie una donna veneziana, nipote di Marco Polo, la quale portò in dote, tra le altre cose, anche alcuni caratteri mobili di origine cinese: il celebre Polo li avrebbe portati con sé alla fine dei suoi viaggi descritti nel Milione. Alla metà del XV secolo si stava sperimentando anche in Italia, come nel resto d’Europa, l’utilizzo dei caratteri mobili in tipografia. Panfilo Castaldi si inserì in questa corrente in quanto cittadino della Serenissima Repubblica di Venezia, all’epoca nel pieno del suo splendore e centro europeo di traffici commerciali e di conoscenze.».

Panfilo castaldi avrebbe quindi inventato la stampa a caratteri mobili rivelandone i segreti a Fust? Il suo contributo alla storia della tipografia italiana lo diede, effettivamente, ma a Venezia e a Milano. Apprese l’arte della stampa a Venezia presso Giovanni da Spira (1469), poi la portò a Milano, dove giunse nel 1471. Troppi anni più tardi rispetto all’uscita della prima Bibbia a caratteri mobili. E anche la sua giovane età, nemmeno ventenne, al momento della pubblicazione del primo libro stampato farebbe escludere che possa aver insegnato belle lettere a Fust, come sostiene il Percossi. Perché poi Fust abbia scelto proprio Feltre per studiare storia e cultura italiana non è chiaro.

Ma una proposta di legge del 1997 cambia le carte in tavola. Si legge nel documento della Camera dei Deputati che «Panfilo Castaldi era medico e letterato, “maestro da libri dal stampo”, nato a Feltre il 22 settembre 1398 e morto nel 1479». Con queste date già molte cose sarebbero più verosimili. Poi, «secondo Antonio Cambruzzi, conventuale francescano autore della “Storia di Feltre” del 1681, e Antonio Dal Corno nelle sue “Memorie storiche della città di Feltre”, Panfilo Castaldi sarebbe stato il primo inventore dei caratteri mobili per la stampa e avrebbe insegnato tale procedimento a Fausto Conesburgo, suo ospite a Feltre, che portò il procedimento nella sua città a Magonza. Gabriele Gabrielli, vescovo di Giustinopoli e Antonio Maria Gargnati, padre guardiano del convento dei Frati minori di Capodistria affermano la priorità di Panfilo Castaldi».

Questa iniziativa prevedeva uno stanziamento economico e un progetto per istituire un comitato per le celebrazioni del sesto centenario della nascita di Panfilo Castaldi. Non è stata mai votata.

Il carattere gotico della Bibbia di Gutenberg

A noi interessa la calligrafia, e la calligrafia è da sempre, dalle origini è il caso di dire, la miniera della tipografia. A Gutenberg non interessava coniare un nuovo carattere per il suo progetto, non avrebbe avuto nemmeno senso fondere un carattere diverso da quello che chi sapeva leggere leggeva sui documenti di quel periodo storico in quell’area geografica che era l’Occidente tardo medievale.

Gutenberg era stato fabbro e veniva da una famiglia di orafi, conosceva la differenza tra metalli duri e dolci, le leghe liquide, ed ebbe l’intuizione che ha cambiato il mondo. Utilizzare il principio con cui gli orafi imprimevano il loro marchio di fabbrica nell’oro o argento morbido, per applicarlo con lettere e inchiostro sulla carta.

Tutti i libri del momento erano scritti a mano, e in quel periodo in Germania si scriveva in un carattere che ha preso il nome di Gotico Texture. Ecco perché i caratteri che fuse, legature e nessi, doppie e glifi, erano gotici. Il suo incisore, Peter Schöffer, aveva studiato calligrafia alla Sorbona e non trovò difficoltà ad imitare la grafia manuale dell’epoca, la prediletta dei monaci amanuensi. La Bibbia di Gutenberg doveva competere con i codici manoscritti e miniati, non certo puntare al grande pubblico. Infatti i capolettera erano vuoti, per personalizzare ogni edizione a seconda della volontà dell’acquirente.

Un nuovo inchiostro

Gli inchiostri a base di acqua dell’epoca – ferrogallico e nerofumo – non aderivano bene alle matrici di metallo, erano troppo liquidi. Il nuovo inchiostro realizzato allo scopo della stampa da Gutenberg prendeva le mosse dalle tecniche fiamminghe della pittura ad olio, con pigmenti macinati in vernice di olio di semi di lino.

La carta come presupposto della stampa

Come nasceva la stampa a caratteri mobili? Per fabbricare un carattere bisognava incidere un punzone di metallo duro, realizzare una matrice battendo il punzone su un blocco di metallo meno duro e con la matrice fondere dei caratteri in lega metallica. Operazioni che spiegano perché la stampa si perfezionò nella cerchia degli orafi. Ma tutte queste operazioni sarebbero potute nascere anche prima di Gutenberg, non mancavano i presupposti.

La pergamena è un materiale costosissimo. La produzione libraria, che passa attraverso le mani di conciatori, amanuensi, miniatori, rilegatori, richiede tempi molto lunghi e sapienti artigiani. Un libro costa, di conseguenza, tanti soldi. E l’unica pergamena stampabile sotto a un torchio è la virginea (pelle del vitello estratto prima della nascita dalla vacca incinta), ancora più costosa. In un periodo in cui, all’ombra delle neonate Università, la richiesta di cultura cresce di pari passo a quanti sanno leggere e scrivere. Serve un cambio di passo.

Tuttavia, per quanto ipoteticamente la stampa tipografica sarebbe stata possibile anche prima del 1455, mancava ancora un elemento per renderla un’industria: la carta.
In Cina ne facevano uso già mille anni prima di noi, ma nei primi secoli del vecchio millennio gli arabi, che avevano sottratto ai cinesi il segreto della produzione impossessandosi di Samarcanda e delle sue manifatture, diffusero questa tecnica nei paesi mediterranei, dalla Spagna all’Italia.

Alle fibre vegetali delle fabbricazioni originali, gli arabi sostituirono in questa carta detta Bambagina stracci di canapa e tela, triturati e ridotti a poltiglia dopo la macinazione con pietra e mortai. Uno strato di colla vegetale, amido di riso o di frumento perlopiù, rendeva la superficie di questa poltiglia assottigliata scrivibile. Fino a un certo punto, però, e attaccabile da microorganismi.

Fabriano e la carta

Ecco allora che le innovazioni di prodotto e processo sulla carta a Fabriano che cambiarono l’utilizzo del supporto: la pila a magli multipli che ne velocizzò la produzione e la collatura animale. L’uso della colla di carniccio animale in sostituzione di quella vegetale rese la carta scrivibile e resistente a batteri e microrganismi. In più, con la diffusione della coltivazione di canapa e lino sul finire del Medioevo, la produzione del libro fu resa finalmente possibile a livello industriale.

La stampa, che non è stata un’invenzione di Gutenberg ma non era certo, fino ad allora, un processo industriale, non avrebbe avuto alcuna possibilità di sviluppo senza il supporto della carta. La Bibbia di Gutenberg non sarebbe stata possibile senza la produzione cartaia che in quegli anni era stata ottimizzata e sviluppata. Questa e quella, la carta e la stampa, si alimentarono a vicenda per secoli. Tale ne fu, a partire dal tardo Medioevo, la richiesta che la materia prima – i cenci – venne richiesta al punto che a metà Ottocento fu sostituita con la cellulosa.

E dopo Gutenberg?

Dopo la Bibbia di Gutenberg, la tecnica della stampa a caratteri mobili si diffuse. La prima stamperia messa in funzione fuori dalla Germania – e la prima in Italia – fu nel 1465 quella nell’abbazia benedettina di Santa Scolastica a Subiaco, vicino Roma, ma il carattere gotico non sopravvisse a lungo a sud delle Alpi. Il primo libro stampato in Italia, in quella stamperia, anche se opera di due artigiani tedeschi (un ceco e un tedesco, a essere precisi: Arnold Pannartz e Conrad Sweynheym), aveva indiscutibilmente un carattere umanista italiano.

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