La calligrafia dei documenti del Cinquecento, la calligrafia delle pergamene del medioevo e, in generale, la calligrafia che possiamo leggere negli archivi storici non è la stessa calligrafia che studiamo sui manuali o che pratichiamo ai corsi di calligrafia. I motivi sono tanti e tutti hanno la loro spiegazione, ma a monte le calligrafie moderne e contemporanee, a differenza di quelle che eseguiamo nel terzo millennio, erano un “semplice” strumento di lavoro.

Scopo della calligrafia dei documenti era rendere leggibile un contenuto, sul momento e per i posteri. Oggi questa finalità – da diversi decenni, in realtà, dopo l’introduzione massiccia della stampa – è venuta meno. Ma se la stampa uccise gli amanuensi, la calligrafia restò pur viva, con intenti paralleli a quelli della leggibilità. Il fatto che nell’era del web 4.0 ancora studiamo e pratichiamo calligrafia lo conferma.

Studiare calligrafia. Apprendimento e insegnamento

La calligrafia, come ogni ambito della conoscenza umana trasmissibile, si basa sull’apprendimento e l’insegnamento. Calligrafi non si nasce, forse neanche si diventa, se è vero che quando prendiamo la penna in mano siamo tutti principianti. E questo non lo dico io, che principiante lo sono davvero, ma i più grandi maestri.

Vuoi per l’entusiasmo nello scrivere, che ci fa sentire bambini, dato che ogni volta ci sembra come la prima. Vuoi perché l’oggetto del nostro lavoro è l’alfabeto, noto da millenni eppure sempre diverso sotto le nostre dita. Vuoi perché siamo nani sulle spalle di giganti, chi insegna responsabilmente calligrafia non si sentirà mai arrivato. E questo non vale solo nella calligrafia.

Comunque, lo scrivere bello si apprende da chi sa insegnarlo. La calligrafia ce la insegnano i maestri, in altre parole. Ma si studia sui manuali di calligrafia, quando i maestri non ci sono, e per quanto possibile si prendono ad esempio i testi storici. Questo lo fanno anche i maestri.

La calligrafia nei documenti e nei manuali storici

Ogni stile di scrittura ha i suoi testi sacri e, per la Cancelleresca, la scrittura storica che ho scelto di affrontare e approfondire da qualche anno, i riferimenti bibliografici non mancano. Un po’ perché è una calligrafia nata in Italia – italic vi dice niente? Ma qui chiamiamo in causa la stampa, che si intreccia indissolubilmente alla calligrafia nel Cinquecento – e un po’ perché in quegli anni nacquero i primi manuali di calligrafia. Ma anche perché la produzione scritta, a partire dal tardo medioevo, anche a livello amministrativo, laico e accademico, si moltiplicò a dismisura.

Autori dai quali attingere, per la Cancelleresca, ce ne sono di meritevoli e noti. Da Ludovico degli Arrighi detto il Vicentino, con la sua Operina, al calabro Giovan Battista Palatino e al suo Scriver ogni sorte lettera. Da Coluccio Salutati a Niccolò Niccoli a Poggio Bracciolini ad altri della schiera di umanisti fiorentini che trasportarono la Littera antiqua nell’Umanistica contaminata dalla Mercantesca. Dal padovano Bartolomeo Sanvito con le sue maiuscole a Francesco Griffo, tipografo di Aldo Manuzio, che a Venezia fuse il corsivo Aldino. Dalla Cancelleresca bastarda di Francesco Cresci, che con le sue penne di tacchino aprì la strada ai corsivi contemporanei, a Marcello Scalzini detto il Camerino e il suo Secretario.

Questi per citare giusto i più importanti, ma di minori ce ne sarebbero tantissimi. E via via, giù, fino all’ultimo anonimo segretario comunale del paesetto che, comunque, nel Cinquecento scriveva a mano atti ufficiali e lo faceva in corsiva Cancelleresca.

cancelleresca calligrafia dei documenti

La Scrittura cancelleresca nell’archivio storico comunale di Sanseverino

Ho voluto cercare proprio loro, questi amministrativi ignoti e leggerne la grafia, che spesso è calligrafica secondo lo stile dell’epoca, per confrontarmi con chi con la scrittura viveva e tramandava la storia con la esse minuscola. Noi, oggi, dai documenti storici archivistici andiamo a raccontare un periodo e le sue vicende (gli storici) e ad analizzare i passaggi calligrafici (i paleografi, ma anche i calligrafi; e anche io, ogni tanto). Anche lontano dai grandi centri, se la Storia è l’insieme delle storie.

Sono andato a sfogliarmi volumi cinquecenteschi del Catasto all’Archivio storico comunale di San Severino Marche. Un luogo che conosco bene, dove non mi basterebbe una vita per godermi tutti i libri che vorrei e, per forza di cose, devo andare a colpo sicuro per quanto riguarda le intenzioni, altrimenti perdermi è la più scontata e la più bella delle conseguenze.

Ho estratto polverosi Catasti del Cinquecento. Da inizio a fine secolo. Documenti di scarso valore storico, ma importanti dal punto di vista storiografico locale. In queste centinaia di pagine sono registrati atti divisi per proprietari terrieri, che dichiarano le loro proprietà ad un ufficiale (qualità dei terreni, colture, superficie…), articolati per territorio. Si pagavano infatti le tasse in base al valore della terra, poiché il Comune solo lì poteva trovare fondi.

La Cancelleresca amministrativa del Cinquecento

Man mano che il Cinquecento avanza si passa da una Cancelleresca più o meno formale (la rapidità di esecuzione prevaleva sulla leggibilità, a volte), fino a una bastarda alla Cresci dalle teste grosse e molto elegante, chiara nel suo ductus formale anche se moderatamente inclinata. Una bella carta fatta a mano filigranata con diversi marchi di bottega (quello con l’incudine lascia pochi dubbi sull’origine) e inchiostro ferrogallico arrugginito nel suo caratteristico marrone.

Una scrittura rapida, dinamica, ricca di legature e nessi e di certo non didattica o decorativa (fioriture e prolungamenti delle aste sono ridotti al minimo) ma essenziale, come lo scopo amministrativo dettava. Pur cambiando spesso mano, durante un secolo di atti, il passaggio calligrafico è sfumato. Gli scrivani avevano stili abbastanza simili nella loro unicità di tratteggio.

In ogni caso, leggere queste pagine è un piacere. Non lo stesso si potrebbe dire sfogliando gli atti del catasto dell’ultimo decennio. Tutto questo per toccare con mano come si possa studiare anche nella calligrafia dei documenti di poca importanza di un centro irrilevante nella storia della scrittura o dell’editoria.

Una riflessione sulla calligrafia, dai documenti al web

Bene i maestri, bene i manuali, ma se tutti studiassimo con i medesimi maestri – alla fine, quelli validi non sono moltissimi – e analizzassimo le stesse opere finiremmo per scrivere tutti uguale. D’accordo, non è possibile perché calligrafia non è meccanica ma espressione e, sebbene ci venga insegnato lo stesso alfabeto, ognuno finisce per farlo proprio e riprodurlo secondo la sua sensibilità. Non c’è dubbio.

Ma una certa omologazione di stile, nell’ambiente, o almeno una tendenza, non la vedete anche voi? Il web e i social sono popolati da calligrafie che finiscono per avere tratti troppo frequenti. Una volta era facile riconoscere un calligrafo dal suo stile di scrittura, oggi, per quanto un occhio attento ancora ci riesca, quegli stili li imitano in tanti, oltre al calligrafo che li ha sviluppati. Ovvio, al netto di certi talenti che da dire ne hanno eccome.

Però io tendo a riconoscere dei tratti ripetuti, troppo spesso già visti, che stanno accomunando tante creatività, minacciando di appiattirle. Come delle copie di copie di copie. Magari mi sbaglio. Per non rischiare, allora, di finire nel calderone, vado a cercare ispirazione tra gli ultimi tra i calligrafi, quelli che non hanno né avranno mai cittadinanza nel mondo dei maestri, quelli che scrivevano per vivere senza preoccuparsi della loro calligrafia ma producendone eccome.

Quelli che non avrebbero mai fatto la storia, ma senza saperlo ce l’hanno consegnata.

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