Writing e calligrafia analizzati nei loro rapporti e confini

Riflessioni su writing e calligrafia in un’intervista per uno studente amante delle lettere e dei loro confini

Calligraffiti, writing e calligrafia

Writing e calligrafia. Il confine delle lettere è il progetto di Daniele Franchi, studente del corso di Graphic Design & Art Direction presso la Nuova Accademia di Belle Arti, a Milano. Per l’esame di tipografia, questo studente sta realizzando un libro che tratti, parallelamente, il lettering nei graffiti e la calligrafia. Con il fine di analizzare le differenze tra i due mondi e i punti in comune – incentrando la ricerca sulla lettera e i suoi elementi – e cercare di scoprire quale sia il confine di una lettera a livello di percezione e cultura, Franchi ha contattato professionisti e appassionati di writing e calligrafia che abbiano nel loro percorso toccato i mondi della calligrafia e del writing, ed abbiano lavorato, studiato e approcciato le lettere in modi diversi per fini distinti.

Pubblico qualche estratto dall’intervista nella quale ho cercato di rispondere più o meno a tema alle domande su writing e calligrafia, tema sul quale online si trova ancora molto poco, e sul percorso di calligraffiti intrapreso parallelamente al progetto di bella scrittura e scrittura medievale portato avanti con il mio scriptorium di scritture storiche.

Il confine delle lettere. Tra writing e calligrafia

Punto di partenza di writing e calligrafia è la lettera, ma come questa sia interpretata dalle due discipline è il risultato più della sensibilità dell’autore che non dell’applicazione di una regola. Per quanto attiene alla mia esperienza, come writer ho sempre cercato l’evoluzione della lettera, partire da un modello condiviso per portarlo a un livello diverso; nella calligrafia, in un certo senso, ho percorso a ritroso quella strada, cercando di avvicinare il più possibile la lettera tracciata a quelli che sono i canoni alfabetici storici, nella loro chiarezza e consolidata riconoscibilità.
 
La forza dei due sistemi, agli occhi del pubblico, del grande pubblico, è spesso anche la debolezza più frequentemente riscontrata nei due ambienti. Il writing nasce con una più o meno esplicita connotazione di protesta, scrivere il proprio nome sul muro è un gesto di una certa forza, di un notevole impatto, un segnale della propria esistenza urlato a un pubblico che non può ignorarlo. Una dimostrazione delle teorie di Marshall McLuhan, la stessa azione di scrivere il mio nome – ai più illeggibile, quindi dal valore semantico nullo o giù di lì – è in sé un messaggio che trasmetto con vigore, ottenendo una reazione il più delle volte di dissenso («scarabocchi», «scritte sui muri», «vandalismo», «devastazione»… sono infiniti gli insulti rivolti al writing, non sempre a torto, purtroppo). Forza del writing è quindi il messaggio scagliato come una pietra in faccia a un pubblico, dal sicuro effetto, ma anche il suo forte impatto creativo, il lato di abbellimento architettonico e, non ultima, la capacità di recuperare segmenti di tessuto urbano che, diciamocelo, sono più brutti prima, che dopo il passaggio di un writer.
Questa capacità comunicativa di uno a molti del writing manca nella calligrafia, dove la possibilità di rivolgersi al pubblico è limitata dalla natura della prestazione. Certo, oggi esiste il web e molte altre occasioni per mostrare un proprio lavoro calligrafico, ma normalmente la calligrafia contraddistingue un ambiente intimo, un prodotto dedicato, un lavoro personale. Il messaggio, in questo caso, è importante: la bella scrittura rende migliore un contenuto, ne veicola il significato, attribuisce un valore aggiunto a un testo esistente. La leggibilità e la bellezza sono una sinergia vincente, che trasmette un sentimento assieme a un messaggio.
 
La calligrafia valuta gli elementi, dal punto di vista artistico, con pesi diversi in particolari casi: un capolettera, una fioritura, una vignetta, un elemento di ingombro, uno spazio bianco sono parti di un discorso che ha senso nel complesso grazie al contributo dei singoli pezzi. Ogni lettera è importante all’interno di una parola, ma è il complesso del prodotto finale che rende giustizia all’elaborato. Non mi stanco mai di ripetere che l’attenzione all’esecuzione formale di una lettera non deve superare quella che è la caratteristica più evidente della calligrafia: tracciassimo cento volte la stessa lettera la tracceremmo sicuramente cento volte in maniera diversa. Un elaboratore di testi o un software di grafica hanno il compito di riprodurre all’infinito un elemento senza imperfezioni, una mano umana no. A pensarci bene, è questo il valore della calligrafia: l’imperfezione che ne certifica l’artigianalità, la diversità che ne attribuisce il tratto all’autore.
Ogni alfabeto ha le sue regole: regole di inclinazione del pennino, di angolo di scrittura, di velocità e ritmo, di distanziamento delle lettere e delle righe e delle parole, di altezze e ascendenti e discendenti e molte altre norme che nei secoli abbiamo codificato. Nel medioevo, avendo la possibilità di consultare spesso archivi, ho notato – e chiunque può prenderne atto – una diversità di scritture non dissimile da quella che abbiamo oggi: a tutti viene (veniva? La civilissima Finlandia ha ridotto, nelle scuole, l’insegnamento della scrittura a mano a materia facoltativa, abdicando a tablet e tastiere) insegnata la scrittura minuscola e maiuscola corsiva, nei primi anni di scuola, ma nessuno, da grande, scrive come nessun altro.
Ogni epoca ha avuto la sua scrittura, libraria e calligrafica per molti secoli, dall’avvio del lavoro degli scriptoria fino a metà del secolo scorso, quando nemmeno più a scuola si è insegnata più la calligrafia. Le tendenze architettoniche, politiche e sociali dei periodi storici e dei paesi di appartenenza, nonché la particolarità di strumenti e supporti, hanno influenzato la costruzione del ductus dei vari alfabeti. Conoscere la storia è essenziale per capire anche l’evoluzione delle forme della scrittura.
 
La lettura di una lettera è un fatto culturale. A prescindere da writing e calligrafia. Agli occhi di un cinese, una lettera araba non significa nulla, per un russo un carattere gotico Fraktur è quasi illeggibile, un greco riconosce l’alfabeto latino come qualcosa di simile al suo, ma non fosse per la lingua franca inglese che gli ha imposto questo codice non è detto che avrebbe saputo interpretarne i grafemi. Una lettera è tale nella misura in cui una cultura le attribuisce un valore semantico, nella misura in cui si fa simbolo condiviso che significa sulla base di una sua composizione grafica consolidata e univoca. Il writing, spesso, spinge oltre il limite della comprensione l’evoluzione della lettera, e se questo suscita ammirazione nell’occhio allenato degli altri writer, rende la lettera illeggibile al resto della popolazione. La rende segno sconosciuto, non interpretabile, inutile in quanto incapace di veicolare un contenuto fruibile a tutti. Forse anche per questo, dopo oltre vent’anni di writing, in Italia c’è ancora così poco rispetto per questa disciplina: autori e fruitori non sono mai riusciti a comunicare, la protesta non si è mai fatta proposta ed è rimasta inascoltata, la disciplina confinata in periferie urbane ed espressive e velatamente accettata solo come vezzo adolescenziale in spot pubblicitari o quando rinchiusa in sofisticati ambienti espositivi sotto forma di street art, che è ben altro dal writing.
 
L’alfabeto è uno strumento di trasmissione di un messaggio, temiamolo sempre a mente sia pensando a writing e calligrafia sia essendone i destinatari. Avere potere sulla forma delle lettere, possibilità di modificarne la struttura, è emozionante, prometeico addirittura, le lettere hanno un aspetto grafico divertente da manipolare, sono tentatrici, ma per farlo bisogna studiare, conoscere la cultura a cui appartengono, averne un rispetto profondo. Forse, oggi, evolvere una lettera dovrebbe renderla più leggibile, quindi più funzionale a trasmettere il contenuto che vuole veicolare, che non farne un’opera d’arte. Probabilmente, invecchiando, cambiano i punti di vista e si ha più voglia di trasmettere esperienze che di farsi largo a colpi di sensazionalismi. L’ambizione di essere artisti lascia spazio alla realtà di essere artigiani, ci si mette al servizio di una comunicazione attraverso la scrittura – suo mezzo (e messaggio, a volte) – e si lascia la ribellione di un lettering wholecar alle nuove generazioni. Non senza qualche malinconia, ma tant’è.
Detto questo, ancora spalanco occhi e bocca a ogni top to bottom che incontro.

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